Tu sei qui

Siria

VIVRETE SEI ORE DA BEDUINI!




Avevamo lasciato Palmira a fine mattinata per affrontare la seconda partedel deserto siriano. Faceva una caldo boia, forse 50° C. Direte voi pregnidi buon senso - Nel deserto non si parte alle ore 12! l’unica cosa che misento di rispondere è che in un viaggio che dura trentaquattro giorni, non proprio tutto è realizzabile secondo i canoni che raccomanda la mamma.



Io mia moglie e la figlioletta di cinque anni che, ignara, si divertiva a segnalare i miraggi, abbiamo infilato con il nostro camper, dritti come un fulmine, la diritta strada per l’Eufrate. Sarà forse stato per i pochi camion che, man mano, si rarefacevano, sarà stato per i pennacchi di fuoco dei pozzi petroliferi che incontravo, certo è che mi sembrava di stare all’inferno, mentre un tarlo mi entrava nella mente: e se il camper si ferma?



La fida isola di Ulisse, il mio camper si chiama Itaca, non mi ha tradito e, senza nemmeno un sussulto o un singulto mi ha portato in vista di un castello arabo distrutto, bellissimo, posto in un silenzio inquietante. Poco più in là vi era il verde dell’Eufrate.



Abbiamo così voltato per Dura Europos e Mari incontrando donne con vestiti coloratissimi e cangianti che ridevano e scherzavano anche con noi uomini, molto diverse dalle severe donne iraniane, incontrate spesso nel viaggio, che correvano quasi fossero fantasmi.



Di lontano abbiamo visto le suggestive mura di Dura, ma il caldo ci ha consigliato di tornare all’imbrunire, così siamo giunti a Mari. Avevamo sulla cartina delle parole scritte in arabo che l’amico Abdel Kaddur ci aveva segnato per essere ospitati dal guardiano del sito archeologico.



Sperando di non consegnare la lettera che Amleto affidò a Rosencrantz e Guildenstern per il re d’Inghilterra, fummo accolti con affettuosa affabilità araba. Il nostro ospite spostò subito il trattore per farci mettere all’ombra di un povero albero del deserto. Affacciandoci dai finestrini potevamo vedere sul lato sinistro polli e tacchini, sul lato destro un gregge di pecore. Ebbene l’amico del nostro amico era un vero beduino con la sua brava tenda e con la casa di argilla secca e, come ogni beduino che si rispetti, allevava animali.



Mia moglie non era molto convinta, il parterre era coperto da qualche, bhe, molte, forse tante cacche di pecora, io con molta nonchalance mostravo gli animali a mia figlia, rispolverando antichi ricordi: è stato proprio lì, sotto quel sole feroce, che mi sono accorto che i tacchini parlano la stessa lingua dei padroni, l’antico richiamo che aveva fatto aprire la coda a questi grossi polli in Piemonte era inefficace in Siria!

Ora una fresca doccia! cercavo così di tirare su il morale collettivo.



Mi diressi, quindi, verso i bagni della missione archeologica francese che assolvevano il loro compito anche in sua assenza; la stessa idea l’aveva avuta il mio amico Paolo che proprio in quel momento tornava dicendo stai attento che non c’è acqua calda . Appena dentro constai questo fatto, aprii così l’acqua fredda che mi piovve addosso ad una temperatura da altoforno. Fuori dal bagno alzai gli occhi: il deposito dell’acqua troneggiava lì alto e bello contro un cielo terso e limpido.



Mia figlia volle uscire dal camper e andare alla tenda: pensavo fosse la solita tenda beduina per turisti all’interno della quale si vendono solo cianfrusaglie, era invece il soggiorno del nostro ospite che proprio allora si stava alzando e stava lì con le figlie, senza pezza in testa e con foltissimi capelli neri ricciuti che avevano preso la forma del cuscino.



Anche se non riuscivamo a comunicare fu gentilissimo, ci fece accomodare su cuscini posti in federe leziose e ci offrì una Coca Cola ghiacciata. Proprio lì qualcosa stava accadendo: le cinque figlie del beduino e mia figlia si stavano scrutando, le une pensavano di rompere la monotonia della giornata, l’altra si era rotta di stare con soli adulti da tempo.



Tornammo al camper. Dopo poco notai che mia figlia sorrideva dietro la zanzariera di una delle finestre, incuriosito mi alzai e vidi fuori tre delle figlie del nostro ospite: erano in piedi sul muretto e sorridevano anche loro.



Noi siamo una famiglia politicamente corretta, votiamo a sinistra e ci indigniamo per ogni forma di razzismo, pensate un po’, l’anno scorso, ricorsi alla maestra dell’asilo della mia bimba, con tutta la prosopopea di Presidente di Circolo Didattico, perché a casa avevo ascoltato ma cosa fanno quei negri là? Dovrebbero mandarli via!



La scena dinanzi alla quale mi trovavo, mi sembrava, essendo mia figlia bionda e di carnagione chiara, l’apparizione della Madonna a Bernadette e mi affrettai a dire subito Iris vai a giocare fuori con le bambine! Alla timida opposizione di mia moglie …ma le cacche di pecora, dove andranno, gli animali sono sporchi…risposi con una lezione sulla integrazione multiculturale dei popoli. Nel frattempo il tacchino faceva la ruota al richiamo della bimba araba. Ma il meglio doveva ancora venire.



Faceva ancora molto caldo, e con coraggio affrontammo la visita degli scavi: la parte sacra era coperta da una pensilina sotto la quale si sistemarono le mie due donne (mi sentivo già islamico) non volendo più uscire. Devo convenire che gli scavi di Mari sono alquanto indecifrabili: sulla guida e all’esterno del sito vi sono delle piantine che promettono sale dei troni, piazzaforti, corti delle palme ecc. che difficilmente sono individuabili con quei profondi buchi, si gira come dei beoti con il libricino in mano senza capire nulla. Lo stesso problema aveva un ragazzo tedesco che, comparso non si sa da dove, con una canottiera arrotolata in testa, mi chiese in perfetto inglese sei riuscito ad orientarti?



Tornando al campo mia moglie non la smetteva di accusarmi di averla portata in quell’inferno per vedere quattro pietre fetenti (erano mattoni crudi del III millennio a.c.!), ma si rifece subito con la visita a Dura Europos.



L’ingresso a Dura, che sembrava libero, era sorvegliato da un altissimo beduino con barba bianca e un fucilone (cosa davvero strana), io, per evitare di pagare il biglietto d’ingresso, mostravo ai cassieri la mia tessera del Ministero dei Beni Culturali italiano, spesso mi facevano entrare, temo più per cortesia che per intimo convincimento, mi ero così costituito un curriculum che sciorinavo a mo’ di avemaria ad ogni addetto a musei o aree archeologiche. Il beduino rise forte e, riferendosi ai suoi colleghi, disse in Aleppo sleep, sosteneva cioè che la fotografia sulla tessera, dove ero ritratto ripulito con giacca e cravatta, non era la mia! E per convincermi mi prese con la mano il pizzetto che mi ero fatto crescere facendomi dondolare la testa ridendo.



Nel frattempo invitavo mia moglie a pagare senza altri indugi. Ad un certo momento disse moment arriva capo, si stava infatti avvicinando con una motoretta un altro signore che a sua volta portava una mitraglietta, ma la cosa che mi colpì di più era la disinvoltura con cui andava sulla moto con il camicione. Dovete sapere che i sauditi portano vestiti lunghi bianchi e sono obbligati a portare dei pantaloncini aderenti di cotone sino alla caviglia, in Siria se ne incontrano tanti, i locali, invece, sono simpaticamente più rustici e sotto le gonne, per combattere il caldo, portano solo le mutande, può capitare, quindi, di vedere polpaccioni pelosi al vento.



Il “capo” non fu molto clemente e, pagate le dodicimila lire, entrammo nella città. Forse mia moglie non rimase molto colpita dalla pianta della più antica domus ecclesiae che si conosca, o dai resti della Sinagoga, ma certamente si riconciliò con Dio e con me alla vista dell’Eufrate e della Mesopotamia: voleva addirittura scendere giù per bagnarsi nelle acque che videro il sorgere della civiltà. Un bellissimo castello, Qasr al-Malik, rendeva tutto più eccezionale. Tutto ciò avveniva mentre il “capo”, lontano ma non molto, scorrazzava con la sua motoretta per gli scavi portando turisti, ne vidi finanche uno cadere, senza danno, ad una sua imperiosa impennata.



Dopo la visita siamo arrivati sino ad Abu Kamal, al confine con l’Iraq, è stato emozionante vedere l’indicazione per Bagdad, ci si sente un po’ Ali Baba. Tornando al nostro campo abbiamo dovuto scansare la fiumana di gente che cammina per le strade, anche in campagna, e, appena giunti, abbiamo trovato le bimbe che aspettavano con trepidazione mia figlia. Al centro si erano sistemati i beduini, che nel frattempo si erano moltiplicati per cento, su un tappeto fornito di due ventilatori e un telefono, stavano seduti mangiando da un grande piatto di rame argentato (mi si confermava così che il piatto “antico” che avevo acquistato ad Aleppo era stato veramente usato dai beduini). Noi eravamo poco più in dietro (avevo sistemato il tavolino sulla traiettoria dei ventilatori) e stavamo preparando degli spaghetti, le bimbe giocavano nella tenda. Ad un tratto, con un taxi, arrivarono dei turisti e sentii questo commento oh! Una beduina bionda!



Mia figlia, perfettamente integrata, parlava oramai una lingua a noi sconosciuta ed era vestita con un abito turchese con tanti pizzi, di quelli che avevamo visto nei suk, aveva anche delle treccine. Potrebbe prendere una micosi! fu il commento sconsolato di mia moglie. Ero esterrefatto, ma oramai sopraffatto dagli eventi.



Le urla arabe della signora beduina costrinsero mia moglie ad intervenire: le bimbe avevano buttato per aria, in una delle stanze della casa, coperte e cuscini. Solo così tornò la calma nel campo.



La notte non fu meno terribile: il letto era un fiume di lava che il sudore non riusciva a spegnere. Moschini piccolissimi, grigiastri, che passavano attraverso le zanzariere, tiravano pizzichi che all’inizio sembravano collegati alla circolazione, ma che poi si tramutavano in bollazze. Fu in quella condizione che mi venne il profondo desiderio di buttarmi sul tappeto beduino per godere della poca frescura.



Il mattino, intontito, aprii di buon ora la porta del camper, il tappeto era affollato dalla famiglia del nostro ospite che, molto più furbamente, dormiva all’aperto.



Ci salutammo calorosamente nella flebile frescura mattutina e mi avviai lungo la strada dell’Eufrate. Ad un certo punto ricordai il grido con cui ci salutò chi ci aveva organizzato la gita nel deserto del Wadi Rum VIVRETE SEI ORE DA BEDUINI!!!



Non potetti fare altro che ridere: è vero, chi ci accompagnò era anche luiun beduino, guidava una scalcinata fiuristrada, il piede sinistro era costantemente vicino lo sterzo perché, secondo lui, non servendo il freno nel deserto, poteva essere utile nel reggere la sigaretta nelle sterzate difficili, ma questa è un’altra storia…



Saverio Pansini



Autore: 
Saverio Pansini
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