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I Borghi più belli d’Italia, i numeri di un’eccellenza tricolore

Il club de “I Borghi più belli d’Italia” è nato nel 2001 su impulso della Consulta del Turismo dell' Associazione dei Comuni Italiani (ANCI)

 
 

Il club de “I Borghi più belli d’Italia” è nato nel 2001 su impulso della Consulta del Turismo dell' Associazione dei Comuni Italiani (ANCI).

L’iniziativa ha un obiettivo su tutti, quello di preservare l’identità dei piccoli comuni, valorizzarne le ricchezze e offrirle al visitatore più attento.
In tutta Italia, i paesi certificati col marchio de “I Borghi più belli d’Italia” sono 213: 78 al Nord, 92 al Centro e 43 nel Sud. In Puglia sono 9 i comuni che si fregiano del riconoscimento dell’Anci: Alberona, Bovino, Cisternino, Locorotondo, Otranto, Pietramontecorvino, Roseto Valfortore, Specchia e Vico del Gargano.
L’iniziativa dei Borghi più belli, oltre ad essere una sorta di censimento della bellezza residua del nostro Paese, serve a collegare le realtà delle piccole comunità con le esperienze turistiche più evolute, con quello che è definito “turismo di prossimità”, attento alla cultura dei luoghi. Sottolineando la qualità di un borgo, il marchio contribuisce moltissimo alla sua notorietà. I borghi DOC collegati in rete sono infatti destinati a diventare una delle principali destinazioni turistiche d’Italia. L’iniziativa, che si ispira ad analoghe esperienze europee, prima fra tutte quella dei Plus Beaux Villages de France, è sorta “dal basso”, promossa da 55 amministrazioni locali. Per accedere al Club, sono due le condizioni preliminari: 1) la caratteristica di “borgo”, vale una popolazione inferiore ai duemila abitanti nel centro storico e ai 15 mila nell’intero Comune; 2) una notevole qualità urbanistica e architettonica, certificata dalla Soprintendenza alle Belle Arti.
Per essere ammessi occorre, inoltre, corrispondere a una serie di requisiti di carattere strutturale, come l'armonia architettonica del tessuto urbano e la qualità del patrimonio edilizio pubblico e privato, e di carattere generale che attengono alla vivibilità del borgo in termini di attività e di servizi al cittadino.
In aggiunta, occorre impegnarsi per migliorare continuamente tali requisiti in quanto l'ingresso nel Club non ne garantisce la permanenza se non viene riscontrata una volontà, attraverso azioni concrete, di accrescerne le qualità.
I Monti Dauni sono uno dei territori del Sud in cui si riscontra il maggior numero di “Borghi più belli d’Italia” e rappresentano un’area con oltre 500 tra chiese, siti d’interesse comunitario e musei etnografici, 9 paesi certificati con marchi di qualità turistico- ambientali. Insieme, i borghi dei Monti Dauni forniscono i due terzi dell’energia da fonti rinnovabili prodotta dall’intera Puglia. Un terzo del polmone verde pugliese è sulle alture dell’Appennino Dauno, alture che forniscono le risorse idriche necessarie al sistema agricolo della provincia di Foggia. I fiumi, i laghi, le riserve faunistiche dei Monti Dauni rappresentano un unicum ambientale preziosissimo, un vero e proprio giacimento di biodiversità da salvaguardare e da promuovere.
 
Sui Monti Dauni si inerpicano i paesi più alti della vecchia Apulia: Faeto e Monteleone. Ed è in questo ampio fazzoletto di terra, pari al 10 per cento dell’intera superficie regionale, che albergano le specie animali e vegetali più selvatiche e preziose: il lupo, il cinghiale, la volpe e il falco popolano aree boschive ricche di sorgenti, funghi, tartufi, orchidee selvatiche, erbe spontanee e officinali. Un immenso patrimonio ambientale, l’evidenza di un tesoro paesaggistico, archeologico e culturale di grandissimo valore e dall’alto potenziale di sviluppo.

Alberona, i Templari e il ‘paese della poesia’

Ad Alberona, paese di poco più di mille abitanti situato a circa 30 chilometri da Foggia, il Touring Club Italiano ha assegnato la Bandiera Arancione. L’Anci ha riconosciuto il paese come uno dei “Borghi più belli d’Italia”. Alberona appare come ‘aggrappata’ al Monte Stilo, a 732 metri sul livello del mare e si annuncia alla vista come un presepe. Il primo monumento che s’incontra salendo verso il paese è la Fontana Muta. Dal 1824, quest’oasi di ristoro “parla” attraverso l’eterno scrosciare dell’acqua. Più avanti, il Muro Architettonico racconta come l’arte e l’amore possano modellare anche la pietra, addolcendola, facendole trovare le forme della grazia e della bellezza. Pochi passi ancora e in alto, sulla sinistra, s’intravede il monumento al Tenente Andrea Nazzaro, eroe della resistenza al terrore nazifascista.
Il Muraglione sale fino alla piazza panoramica dove la vista domina tutto il Tavoliere. Quando il cielo è generoso, da questo punto si possono vedere il Castello Svevo Angioino di Lucera, i contorni delle città e perfino le Isole Tremiti. Un orizzonte ampio come una giornata estiva carezzata dal vento, capace di volare sulle ali dei falchi che sorvolano i boschi tutti intorno. Il cuore del borgo è a pochi metri, in Piazza Civetta. La Chiesa di San Rocco svetta sull’agorà con la facciata gotica e la cuspide conica del suo campanile. All’interno del tempio, posto in alto sopra l’altare, gli occhi vanno sulla statua della Madonna Incoronata. La Vergine, accompagnata da due angioletti, è seduta su un trono d’albero e sembra avere ali fatte di foglie.
Facendosi accompagnare dalla discesa che si stende ai piedi dell’edificio sacro, si arriva alla storica abitazione di Vincenzo d’Alterio, uno dei poeti che ha contribuito a fare di Alberona un piccolo borgo dalla grande tradizione letteraria.
Una tradizione che vede nel poeta Giacomo Strizzi, insegnante elementare scomparso nel 1961, la massima espressione di una vocazione lirica omaggiata ogni anno dal paese con un premio internazionale dedicato alla poesia. Qualche metro più in là e, all’ombra del monumento ai Caduti, si apre lo scrigno dell’Antiquarium, un museo che raccoglie le antiche testimonianze della storia alberonese. Nei pressi dell’Antiquarium c’è la Chiesa Madre o Priorale, un tempo dimora dei Cavalieri di Malta che vi hanno fatto imprimere il proprio stemma.
 
Anticamente, il campanile dell’edificio sacro era la torre militare dei Templari. La Chiesa Madre fu fatta edificare proprio dai Templari che la dedicarono alla Natività di Maria Santissima. Nell’agorà che si stende ai piedi del tempio, Piazza del Popolo, si vede la Torre del Gran Priore, costruzione risalente al dodicesimo secolo. Simbolo di potere, la Torre è parte dell’antichissimo Palazzo Priorale, dimora del signore del Feudo. Alberona è un avamposto di fascino e mistero.
Bisogna avere la curiosità di perdersi nei suoi meandri per scoprirne i vicoli, ammirare l’Arco dei Mille, oltrepassare l’Arco Calabrese, abbeverarsi alla gelida e purissima fonte dei Pisciarelli e della Fontanella. E ovunque, tra strade strette o piazze ariose, gli occhi sono raggiunti da spiragli di luce, squarci di verde, paesaggi architettonici che diventano un tutt’uno con la natura circostante, con farfalle, uccelli, volpi e ricci. Alberona è un luogo dove parla anche il silenzio, sussurrando storie umili di contadini, bisbigliando di segreti e rivolte contro lo “jus primae noctis”, volatilizzando foglie che portano profumi di rara autenticità.

Roseto, le rose e gli scalpellini

Roseto Valfortore è un paese che conta poco più di mille anime. Si trova in provincia di Foggia, ai confini con la Campania, e dista circa 40 minuti dal capoluogo. L’Anci lo ha ammesso nel ristretto club de “I Borghi più belli d’Italia”. Roseto Valfortoreè il paese delle sette chiese: la più importante sorge all'ingresso del borgo vecchio e si scorge dall'antico arco della piazza principale. Bello e importante è il tempio cristiano dedicato a San Nicola, edificio sacro recentemente restaurato. Di rilievo anche la chiesa intitolata a Santa Maria. Le altre chiese sono quelle di San Francesco, San Rocco, del Calvario e la cappella della Croce. L'architettura sacra, a Roseto Valfortore, è caratterizzata dall'utilizzo della pietra - estratta da una vecchia cava del paese - e dall'arte degli scalpellini rosetani. Anticamente chiamato Rosito, il paese deve il suo nome all’abbondanza di rose selvatiche nel suo territorio. L’aggiunta di Valfortore va riferita al fiume Fortore che nasce a est del paese e ne solca la valle. Nel 1882 comincia l’esodo dei rosetani verso gli Stati Uniti d’America dove, nel 1912, in Pennsylvania, gli emigranti danno vita a un nuovo paese, Roseto Pennsylvania, facendolo entrare nel novero dei Comuni Usa. Adagiato su uno scosceso pendio della valle del Fortore, il borgo di Roseto si presenta ben conservato, come un piccolo scrigno di ricordi dell’arte locale degli scalpellini. L’impianto urbanistico è di derivazione medievale e le viuzze si lasciano percorrere passo dopo passo in tranquillità, accogliendo i profumi e gli scorci di verde del vicino bosco Vetruscelli. Non potrebbe essere altrimenti, per un paese che prende nome dalla rosa canina e che le rose, oltre ad averle nello stemma, le coltiva anche lungo la strada principale. Adiacente alla Piazza Vecchia sorge maestosa la Chiesa Madre, costruita dal feudatario Bartolomeo III Di Capua nel 1507. E’ da ammirare la balaustra, scolpita in pietra locale da artisti rosetani. Con la stessa pietra sono scolpiti i due sarcofagi gentilizi che la tradizione associa ai nomi di Tuleje e Mmaleje. Di fronte al lato sinistro della Chiesa Madre si nota il Palazzo Marchesale, anch’esso voluto da Bartolomeo III. Di fronte alla scalinata principale della Chiesa Madre c’è l’arco della Terra che serviva da porta principale. In un angolo del muro esterno che sovrasta l’arco, si scorge una testa lapidea che forse raffigura uno dei feudatari di Roseto. Sicuramente su di essa veniva alzata la bandiera nei giorni in cui il feudatario amministrava la giustizia. Nel 1623 l’arciprete De Santis portò a Roseto il culto di San Filippo Neri, diventato poi il patrono del paese. Nella sua abitazione, trasformata in oratorio, si conserva un prezioso busto d’argento del santo. L'opera degli scapellini rosetani rappresenta il patrimonio artistico più importante del paese. Portali, colonne, bassorilievi sono stati realizzati da maestri che per secoli hanno lavorato la pietra della locale cava, situata a sud del borgo. Il territorio è ricco di sorgenti d’acqua e zampillanti fontane, di mulini ad acqua, di aree da picnic, di orologi e meridiane, tra cui un orologio meccanico, molto antico, il cui quadrante è opera di artisti locali (si trova sul campanile della Parrocchia) e una meridiana che abbellisce il fronte della Chiesa di Santa Maria Lauretana. La grande quantità di fiori e il tartufo nero che abbonda nei boschi fanno di Roseto la “città del miele e del tartufo”. Una denominazione di cui questo borgo dell’Appennino Dauno si fa vanto e che contribuisce alla considerazione in cui è tenuta la sua gastronomia, ricca di cibi semplici e genuini, come il pane, che è buonissimo, e i dolci.
 
Da visitare il Centro Visita Mulini ad Acqua. Un ettaro del bosco Vetruscelli, a Roseto Valfortore, è stato trasformato in una sorta di palcoscenico sulla natura incontaminata. In una "conchiglia", con due colline poste a specchio e divise al centro dal letto del fiume Fortore, è nata una struttura con tre piscine, aree e percorsi attrezzati per gli escursionisti, un museo dell'arte contadina, un casolare ristrutturato e un parco giochi per i bambini. Chi visita questo angolo di paradiso può osservare da vicino il funzionamento di un mulino ad acqua e il meccanismo delle macine che producono la farina.

Pietramontecorvino, la Torre Normanna e la ‘Sedia del diavolo’

Pietramontecorvino è un paese di circa 3mila abitanti. Si trova a 37 chilometri da Foggia, al centro di un’area di grande interesse naturalistico, storico e archeologico. Al Comune di Pietramontecorvino, l’Anci ha riconosciuto il marchio de “I Borghi più belli d’Italia”. Nel 2010, il Touring Club Italiano ha insignito il piccolo centro dei Monti Dauni della “Bandiera Arancione”, riconoscimento alle qualità turistiche e ambientali del borgo.
 
All’interno dell’antica Torre Normanna è attivo il Centro Visite, un sito modernissimo che, grazie all’ausilio di tecnologie multimediali, fa compiere ai visitatori un viaggio virtuale alla scoperta del patrimonio storico, architettonico e naturalistico dei Monti Dauni. La Torre Normanno-Angioina di Pietramontecorvino è un imponente gioiello architettonico. Si staglia possente nel cielo, raggiungendo i 30 metri di altezza.
 
Edificata intorno all’anno Mille su uno sperone di roccia tufacea, sui Monti Dauni, la Terravecchia - così si chiama il centro storico di Pietramontecorvino - è caratterizzata da un impianto urbanistico ad anello, su cui s’innesta una rete di vicoli stretti che offre vedute d’effetto sulle colline circostanti. Il complesso monumentale, costituito dalla torre normanna, dalla chiesa Matrice e dal Palazzo Ducale, è posto al culmine dello sperone. Una volta penetrati nella Terravecchia, si coglie il sapiente adattamento delle costruzioni all’andamento del terreno. Al borgo si poteva accedere mediante tre porte: a sud-ovest Porta Santa Caterina, a est la Portella, a ovest Port'Alta che, con il suo arco gotico a sesto acuto, è l'unica ancora esistente. Accanto alla porta s’inerpica su per la roccia una monumentale scalinata che conduce al loggiato dell'ingresso settecentesco della chiesa Madre. Superata Port'Alta ci si incammina per la strada che attraversa in senso longitudinale l'intero borgo e ne costituisce la spina dorsale, da cui si diramano le altre stradine che permettono di raggiungere tutto il quartiere e di coglierne gli aspetti più suggestivi: le case che emergono dalla roccia con le grotte oggi adibite a cantine e depositi, le strade tortuose e le scalinate scoscese, i piccoli archi di comunicazione, i muri di sostegno degli orti e delle piccole piazzette, i passaggi e i vicoli in declivio che inquadrano scorci del paesaggio collinare. Del Palazzo Ducale non si conosce la data esatta di costruzione. E’ in ogni caso di epoca angioina per la presenza, sul soffitto dell'Arco Ducale, di uno stemma angioino. Duecentesche sono le belle bifore riccamente ornate. Il palazzo, da cui si erge la Torre normanno-angioina alta 30 m, occupa una superficie di circa 2.500 mq e su via Port'Alta raggiunge i 15 m di altezza. L'ingresso principale, sormontato da un mascherone, immette nel salone di rappresentanza. Adiacente al salone e alla chiesa Madre c’è un bellissimo giardino pensile che si affaccia sulla sottostante piazza del Rosario e rappresenta un raccordo naturale tra le costruzioni. La Chiesa Madre dedicata a Santa Maria Assunta è la più antica di Pietramontecorvino. Documentata dal 1328, fu probabilmente costruita alla fine del XII secolo.A pochi chilometri dall’abitato si trova uno dei siti archeologici più interessanti del Mezzogiorno, quello di Montecorvino. Si tratta di un luogo che emoziona e apre uno squarcio sul connubio straordinario tra storia e natura espresso da Montecorvino, dalla sua torre, dai resti della cattedrale e, adesso, anche dalla parziale emersione di una cinta muraria ben conservata. Il sito di Montecorvino si trova su una collina posta al centro di un triangolo panoramico tra i borghi di Pietramontecorvino, Motta Montecorvino e Volturino. L’area archeologica è dominata da una torre, costruzione imponente che si innalza fino a un’altezza di 24 metri e ha una base quadrangolare di 120 metri quadrati. E’ chiamata “La sedia del diavolo” per la particolare forma acquisita nel tempo in seguito ai crolli che l’hanno divisa e aperta longitudinalmente.

Bovino, un borgo ricco di storia

Bovino è un paese di circa 3600 abitanti, si trova nella parte meridionale dei Monti Dauni, a 620 metri sul livello del mare, e dista 36 chilometri da Foggia. L’Anci gli ha assegnato il marchio di qualità turistico-ambientale de “I Borghi più belli d’Italia”. Sono numerosi i luoghi d’interesse storico, artistico e architettonico del paese, a cominciare dal suo splendido castello (e dalla meravigliosa cattedrale romanica, entrambi dichiarati “monumento nazionale”. Bovino fu l’antica colonia romana Vibinum, come testimoniano i numerosi reperti archeologici oggi custoditi in un modernissimo museo.
 
Il paese ebbe una straordinaria importanza strategica tanto da rivelarsi sin dalle origini un obiettivo militare. Citata da Plinio, nel 217 a.C. Annibale la cinse d’assedio. Tra i popoli che la dominarono anche Greci e Bizantini prima di diventare feudo di alcune importanti famiglie nobiliari come i Guevara sotto i quali visse il suo periodo di massimo splendore.Proprio in conseguenza della sua particolare collocazione strategica, Bovino fu oggetto di ripetuti saccheggi e distruzioni, queste ultime frutto anche di eventi naturali. Drammatici alcuni terremoti come quelli verificatisi nel 1851 e, più recentemente, nel 1930. Quest’ultimo distrusse buona parte della sua magnifica Cattedrale romanica, una costruzione risalente al 1100, che si fregia del titolo di monumento nazionale come del resto anche il suo castello, poi diventato palazzo ducale.
La cittadina offre una bella visuale della Valle del Cervaro e dall’alto dei suoi quasi 650 metri sul livello del mare vanta un’aria sempre gradevole. L’ambiente naturale che la circonda, fatto di boschi e ruscelli, è stato teatro - nei secoli scorsi - di personaggi (come il celebre Ghino di Tacco) che hanno legato la loro fama a numerosi episodi di brigantaggio. Un pezzo della sua storia è, come suol dirsi, a valle o meglio... nel Vallo. Proprio alle falde del vicino monte Fedele, nell’800 si verificarono quei già citati episodi legati alle storie dei nostrani briganti che resero celebre questo territorio noto come il “Vallo di Bovino”.
Proseguendo la strada che conduce in paese, si resta colpiti dalle moderne forme architettoniche del Santuario dedicato alla Madonna di Valleverde, immerso nel copioso verde che ricopre tutta la zona. Al suo interno è conservata una bellissima statua lignea della Madonna col Bambino che vanta una storia decisamente avventurosa. L’originale risaliva al 1200 ma venne distrutta dalle fiamme. Un celebre artista toscano, che conosceva bene l’opera per averla in un primo tempo restaurata, ne realizzò una simile conservandone intatto il fascino dell’originale. Naturalmente i fiori all’occhiello di questa cittadina, sviluppatasi all’ombra del potere ecclesiastico e nobiliare, sono la Cattedrale (la facciata è del 1231) e il Palazzo Ducale dei Guevara-Suardo (sorto sulle rovine di una rocca romana) che fu oggetto di qualche rifacimento già sotto Federico II.
Il castello, il cui grandioso edificio sorge su un lungo sperone roccioso, deve i suoi caratteri attuali al governo dei Guevara, la nobile e potente famiglia che per diversi secoli ha legato il proprio nome al destino del paese e di un’ampia parte del territorio appenninico.
 
Luoghi di interesse turistico: Centro storico; Cattedrale; Museo Civico; Museo e biblioteca diocesana; Castello; Acquedotto Romano; Santuario di Valleverde; Valle di Bovino; Torrente Cervaro;Chiesa del Rosario; Chiesa dell'Annunziata; Chiesa di San Francesco; Chiesa di San Pietro del Carmine; Chiesa di Santa Maria delle Grazie; Reliquia della Sacra Spina.


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Autore: redazione-camperlife
Data: 19/07/2012
 
 
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