Il viaggio di cui desidero parlare in questo mio scritto è stato effettuato non per scopi turistici, ma per lavoro ed ha avuto luogo in quella che viene definita la perla dei Caraibi: la Giamaica. La mia permanenza sull'isola è durata circa sei mesi dandomi così la possibilità di esplorarla a fondo in ogni suo angolo. All'epoca io lavoravo per una ditta statunitense che produceva impianti cartari e, avendo venduto un impianto in Giamaica, sono stato là inviato per seguirne il montaggio e l'avviamento. Penso sia superfluo dire che la mia è stata un'esperienza bellissima e che ancora adesso i miei ricordi sono vivi benchè siano oramai passati alcuni anni. La lunga permanenza mi ha inoltre dato la possibilità di vivere a fianco della popolazione locale ed integrarmi nel suo modo di essere.
Il lungo viaggio ha avuto inizio nel mese di febbraio dall' aeroporto di Heathrow a Londra, da dove un volo della BOAC, dopo nove ore di viaggio e dopo una sosta tecnica alle Bermuda, mi ha scaricato all'aeroporto Norman Manley di Kingston, la capitale della Giamaica. Il primo impatto con il suolo giamaicano è stato piuttosto caloroso. Infatti partito da casa in pieno inverno, mi sono ritrovato all'improvviso in un clima da Paradiso: caldo, ma secco e con una bella brezza che rendeva il tutto particolarmente confortevole. Purtroppo ogni medaglia ha il suo rovescio e subito dopo mi sono ritrovato faccia a faccia con la polizia di frontiera giamaicana. Oltre al mio bagaglio personale, portavo con me un pacco piuttosto voluminoso di disegni tecnici che sarebbero dovuti servirmi per il montaggio dell'impianto. Il doganiere, per verificare che non importassi generi proibiti, ha pensato bene di tastare il mio prezioso fardello immergendovi, a più riprese, un coltello dalla lunga lama e riducendo i miei disegni praticamente a dei coriandoli. A nulla sono valse le mie proteste e le mie suppliche, il distruggi documenti prima maniera ha proseguito imperterrito nel suo compito. Quella è stata la prima volta che ho avuto a che fare con il temibile coltello a cricchetto giamaicano. Si tratta di un apparecchio semplicissimo, ma che ogni abitante è abilissimo nell'usarlo. Sin da piccoli si esercitano con questo coltello a serramanico, anzi io credo che venga partorito assieme al neonato altrimenti non si spiegherebbe la loro destrezza. Io ne ho comprato uno e mi sono esercitato parecchio, ma non sono mai riuscito a raggiungere il loro grado di abilità.
Uscito finalmente dall'aeroporto, sono stato accompagnato all'hotel che mi avrebbe ospitato per tutto il periodo della mia permanenza in terra giamaicana. L'albergo, molto piccolo invero, era situato in una casa di stile coloniale, immersa in un giardino tropicale lussureggiante ed era gestito da una coppia d'inglesi che avevano abbandonato il clima della Gran Bretagna per il molto più confortevole clima delle Indie Occidentali. A vedere tutto quel ben di Dio mi pareva di sognare. Nonostante che all'epoca fossi giovane avevo già viaggiato abbastanza, ma mai mi sarei aspettato un simile Paradiso. Pensate che al mattino per la prima colazione ci veniva servito, oltre alla tipica colazione inglese, un cestino colmo di frutta tropicale composto da banane appena colte, pompelmi, ananas, manghi ed altre prelibatezze di cui non ricordo. Il tutto annaffiato dal delizioso caffè delle Blue Mountains che viene considerato il migliore del mondo. Purtroppo l'area di produzione è assai limitata e quindi anche il raccolto è scarso. In Italia sono riuscito a trovarlo, ma a prezzi proibitivi. Lo
si può comprare ogni tanto per togliersi uno sfizio, ma non per uso abituale.
Il sobborgo di Kingston in cui vivevo era la parte più chic di tutta la capitale, tanto è vero che l'hotel confinava con la tenuta della residenza del primo ministro. Questo procurava alcuni vantaggi in termini di sicurezza in quanto tutta la zona era sorvegliata dal pattugliamento continuo della polizia. Kingston era nota, allora, per avere un tasso altissimo di delinquenza. Nei sei mesi che io vi ho vissuto non ho mai avuto problemi di sorta e dire che frequentavo, fuori del lavoro, anche le zone più malfamate. Ho sempre avuto, però, l'accortezza di farmi accompagnare, nelle mie esplorazioni, da nativi di cui ero diventato amico ed è proprio grazie a loro, frequentando i locali tipici, che ho avuto modo di conoscere ed apprezzare il reggae e Bob Marley.
Kingston era una città dall'aspetto coloniale, molto colorata e molto caotica. Percorrerla per la prima volta in automobile è stato alquanto traumatico anche perchè la guida si svolgeva a sinistra. Comunque dopo un po' avevo imparato a conoscerla e mi districavo bene tra le sue strade.
Come tutte le città dei Caraibi è molto pittoresca e pur non offrendo monumenti degni di rilievo era molto piacevole sia per l'allegria che per la spensieratezza che vi regnava. Il popolo giamaicano era molto ospitale ed allegro e, pur soffrendo di una grande povertà, dava l'impressione di non farsene troppi crucci. All'epoca il trasporto avveniva quasi tutto tramite animali. I mezzi a motore erano pochissimi. Io ero uno dei fortunati ad avere una Ford Taunus a noleggio che mi permetteva di effetuare, nei fine settimana, dei viaggi in posti assolutamente straordinari. Mi ricordo che una volta son dovuto andare nel centro di Kingston ed ho lasciato la vettura in uno spiazzo libero. Al ritorno mi sono trovato, legato alla maniglia della portiera, un asinello il cui proprietario non trovando posti migliori a cui legarlo ha pensato bene di impastoiarlo alla mia vettura. Situazioni del genere erano all'ordine del giorno e si concludevano tutte in modo simpatico.
La cartiera distava dall'hotel un'ora di automobile. Questo significa che io viaggiavo normalmente due ore. La cosa però non mi pesava anche perchè il traffico stradale era piuttosto scarso. C'erano però molte mucche che vagavano liberamente per la strada e spesso e volentieri venivano investite e, lasciate sulla strada, diventavano il pasto per i numerosi uccelli che popolavano l'isola. Io, per mia fortuna, non ho mai avuto incidenti. Come dicevo la cartiera distava un bel pezzo di strada dalla capitale ed era situata in mezzo ad una palude infestata dai coccodrilli tanto è vero che un giorno me ne sono trovato uno in ufficio. Un ragazzo statunitense, dipendente del gruppo cartario, durante la pausa pranzo, si era recato a perlustrare questa palude e lì aveva trovato un bracconiere con un coccodrillo appena catturato. Pensando di regalare alla moglie una pelle di questo animale ha comprato il rettile per venti dollari e l'ha portato in cartiera. Essendo l'edificio ancora in costruzione e non sapendo dove mettere l'animale, ha pensato bene di ricoverarlo temporaneamente nella baracca che fungeva da mio ufficio. Quando sono tornato dalla pausa, ho visto che più persone mi guardavano in modo strano. Io non ci ho fatto caso finchè non sono entrato in ufficio ed ho quasi calpestato il bestione lungo ben due metri e quaranta centimetri. Gli avevano si legate le mandibole con del robusto filo elettrico, ma la coda era libera e non vi dico lo sfacelo che è stato capace di fare. In più per tenerlo in vita continuavano ad innaffiarlo con secchiate di acqua. Insomma, il mio ufficio ne uscì parecchio disastrato ed i miei disegni subirono una sorte peggiore di quella provocata dal doganiere giamaicano.
Avevo preso l'abitudine, a metà mattinata, di mangiare della frutta visto che in Giamaica ce n'è in abbondanza ed è squisita. Per far raggranellare qualche soldo ai nativi, dato il loro stato di indigenza, avevo stipulato con un ragazzo che lavorava nell'erigenda cartiera un contratto di fornitura di frutta. Giornalmente avrebbe dovuto portarmi o una banana od un ananas ed io l'avrei ricompensato con cinquanta centesimi di dollaro. Per me la somma era niente, ma per lui era molto importante. Per paura che facessi il contratto anche con altri, questo ragazzo aumentava quotidianamente il quantitativo di frutta senza però chiedermi aumenti. Son finito ad avere più merce io di un fruttivendolo. Ricordo ancora ora il gusto di quelle prelibatezze, specialmente delle banane e della canna da zucchero che avevo imparato a succhiare al posto delle sigarette. Naturalmente lui non comprava la frutta, ma la prendeva liberamente nelle numerose piantagioni presenti per cui ciò che gli davo era per lui tutto guadagno. La dedizione di questo ragazzo mi aveva molto colpito tanto è vero che l'avevo poi nominato come assistente personale, non che ne avessi bisogno, ed ogni tanto gli lasciavo scorrere una banconota da dieci dollari.
Un altro aspetto della grama esistenza dei giamaicani mi aveva molto colpito. Come ho già detto, la maggior parte della popolazione viveva ai limiti dell'indigenza e certamente non potevano permettersi nessun genere voluttuario. Neanche le sigarette potevano permettersi. Le uniche cose che avevano in abbondanza e che costavano praticamente niente erano il rum e la cosiddetta ganja, che altro non è, che la marijuana. L'erba cresceva spontanea ed i nativi la possedevano in quantità industriali. La fumavano o la mettevano a macerare nel rum e poi bevevano l'intruglio. Insomma quasi si nutrivano di questa droga. Un po' come fanno i boliviani con le foglie della coca. Devo dire, però, che non ho mai visto persone allucinate o fuori coscienza. Ogni giorno si presentavano normalmente al lavoro, lavoravano con impegno e non ci sono mai stati incidenti.
Il lavoro in cartiera per queste persone era precario. Erano stati infatti assunti solamente per la durata del montaggio. Finito questo sarebbero stati licenziati e questo significava ritornare alla miseria. Per evitare questa situazione cercavano di blandirmi, come se io avessi il potere di farli assumere definitivamente e giornalmente mi portavano un buon sacchetto di ganja come ringraziamento anticipato per i miei favori. Io regolarmente buttavo negli scarichi dei servizi igienici l'erba, ma rimaneva comunque il rimorso di non potere aiutare queste persone. Io dipendevo dalla mia ditta e non dalla cartiera. Il mio compito era quello della consulenza tecnica. Non avevo nessun potere.
Prima ho detto che le persone erano sempre presenti sul lavoro nonostante la marijuana. Questo non è del tutto vero, ma se c'è stata qualche assenza ingiustificata non era né per colpa loro né per colpa della droga. La cartiera era situata in un posto veramente fuori mano, non raggiunto da nessun mezzo pubblico. Le maestranze aspettavano quindi lungo la strada che passasse qualcuno motorizzato che potesse caricarle. Assieme a me lavoravano molti canadesi, tutti dotati di un mezzo
proprio, per cui riempivamo le nostre autovetture con persone e le portavamo regolarmente al lavoro. Purtroppo non sempre riuscivamo a caricare tutti coloro che aspettavano e così qualcuno, per manacanza di trasporto, perdeva lagiornata. E' proprio il caso di dire, parafrasando Dante, “Quanto sa di sale lo pane altrui”.
Normalmente, durante l'installazione di un impianto cartario, si lavorano dieci ore al giorno per almeno sei giorni alla settimana. Durante la mia permanenza in Giamaica l'orario era piuttosto “caraibico” e si lavorava dalle sette alle sedici per cinque giorni alla settimana. Questo mi lasciava parecchio tempo libero che io utilizzavo scorazzando per l'isola. La mia meta preferita era la città di Ocho Rios, magnificamente situata in un'ampia conca tra colline rigogliose. Per raggiungerla bisognava attraversare la Fern Gully, una gola sinuosa, scavata da un antico fiume, lunga cinque chilometri e dalla vegetazione lussureggiante.
Felci enormi e piante di bamboo dalle dimensioni eccezionali formavano la flora di questo angolo di sogno.
Giunto a Ocho Rios mi sistemavo a Turtle Beach, una splendida spiaggia a forma di conchiglia che si affaccia su di una baia
circondata dalla scogliera corallina. Un vero incanto. Dopo alcune volte che la frequentavo ero diventato amico di un giovane nativo che si era unilateralmente eletto a mio anfitrione. Lo faceva per un compenso, ma lo faceva in modo così discreto che sarebbe stato da ingrati non premiarlo alla fine della giornata. Purtroppo questo ragazzo era muto e quindi lacomunicazione era pressochè impossibile. Tuttavia, con il suo sesto senso, sapeva prevenire ogni mia esigenza. Se avevo sete e fame si arrampicava su di una palma per raccogliere un cocco in modo che potessi berne l'acqua e mangiarne la polpa. Era eccezionale. Peccato che non potessimo comunicare, sarebbe stata veramente una bella esperienza poterci scambiare i pensieri. Quasi sempre sono le persone più umili che danno i migliori insegnamenti dal punto di vista umano e Dio solo sa di quanti ne avessi bisogno io all'epoca.
Sempre sulla spiaggia di Turtle Beach si trovano le Dunn's River Falls, la più spettacolari e famose cascate dell'isola. Praticamente immerse nella lussureggiante foresta pluviale, sono costituite da scalini calcarei che degradano per centottanta metri sino alla spiaggia, formando dei laghetti di acqua limpidissima e freschissima dove ci si può tranquillamente immergere.
Un altro posto affascinante e che io frequentavo spesso è il famoso Blue Hole, un laghetto dalle acque di un blu intenso formato da un fiumiciattolo denominato Roaring River. Il posto è di una bellezza unica, circondato com'è dalla foresta. Il lago è balneabile e le sue fresche acque ristorano il visitatore dal caldo giamaicano.
Port Antonio è un altro luogo di sogno nel quale mi recavo spesso. Qui si trova la famosa laguna blu in cui è stato girato il film omonimo. Il centro della città come tutti quelli giamaicani è molto animato, specialmente per il Musgrawe Market, mercato delle pulci e dell'artigianato locale dove si può trovare un po' di tutto.
Parlando di artigianato devo dire che i giamaicani sono abilissimi, possegono una manualità veramente eccezionale. Le tubazioni pneumatiche dell'impianto cartario erano allora di rame ricotto. Gli sfridi dei tubi venivano rottamati. I nativi prendevano questi sfridi e li trasformavano in oggetti d'arte. Bastava andare sul mercato di Spanish Town per ritrovarli sotto altre forme.
A proposito di Spanish Town, penso che sia doveroso spendere alcune parole su questa città che fu la prima capitale della Giamaica. La sua architettura coloniale ricorda il periodo, sia di colonizzazione spagnola che di quella inglese. In
particolare le strade chiamate Red Church e White Church streets, Monk street, Nugent street e Manchester street sono quelle che più simboleggiano il passato coloniale. Un vecchio ponte di ghisa, recentemente restaurato, è stato inserito nella lista del Fondo Mondiale dei Monumenti. Spanish Town, assieme a Port Royal, sono le città piu antiche della Giamaica e sono le uniche in cui si possono trovare alcuni reperti di un certo valore monumentale.
Port Royal è stato il principale centro di commercio marittimo della Giamaica del XVII secolo. In quel periodo era considerata la città più ricca e più malfamata del mondo. Era famosa per la vistosa ostentazione della ricchezza e per i costumi dissoluti ed era il centro dove pirati e corsari investivano o spendevano tutti i loro averi. Nel 1692 un terremoto distrusse Port Royal provocando l'inabbissamento dei due terzi della città. Oggi è considerata il più
importante sito archeologico sottomarino dell'emisfero occidentale, possedendo tesori provenienti dalle razzie spagnole
nel Guatemala e dalle numerose navi, anche pirata, che nel corso dei secoli sono affondate nella baia.
Non ho parlato volutamente, in questo mio diario, di Montego Bay, reputata la zona delle più belle spiagge della Giamaica. Non ho voluto parlare di questa città perchè, già quando ci sono stato io, circa quarantanni fa, la zona era affollata di hotels e di turisti staunitensi. Aveva perduto tutto il fascino genuino e primordiale di questa terra baciata dagli dei. Io ho voluto parlare solamente della vera Giamaica così come l'ho conosciuta, piena di miseria e di contraddizioni, ma vera e con una popolazione semplice e schietta. Sono passati circa quarant'anni dalla mia visita e senz'altro le cose sono molto cambiate. E'
arrivato il turismo di massa che banalizza e rende squallido il tutto. Io molto probabilmente non ritornerò più in questa splendida isola, ma certamente la nostalgia è molta. Ho nostalgia delle sua natura, della gente, della cucina, della frutta, della sua lingua, un cicaleccio fatto di inglese e creolo del tutto incomprensibile e della bellezza delle sue donne e... non vado oltre perchè questo mio diario sarà passato al vaglio da mia moglie e non voglio scatenare la 3^ guerra mondiale.
Roberto Serassio
Roberto Serassio è nato nel 1946 a Torino, città dove ancora oggi risiede.
Viaggiando con caravan e camper sin dal 1982 ha avuto modo di formarsi un'esperienza di tutto rispetto, favorito dal fatto che avendo portato a termine gli studi negli U.S.A. e avendovi vissuto per lavoro parla fluentemente l'inglese, correntemente il francese e abbastanza correttamente tedesco e spagnolo.
Ha un passato da dirigente nell'industria, che ha lasciato nel 2000 per dedicarsi ad altra attività in proprio assieme alla moglie. Questo gli permette di poter dedicare molto più tempo ai viaggi, che organizza per se ma anche per gruppi, che poi guida nelle visite.
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